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“Che ne direste – diceva don Milani – se un ospedale curasse le persone sane e respingesse i malati? Proprio così si comporta a volte la scuola”.
Fu questa vicinanza pedagogica ad averci subito posti sulla stessa lunghezza d'onda, in una città del subappenino dauno, dove io mi recavo quotidianamente ad insegnare. Poi ci siamo persi. Ma, appena diventato io stesso preside, ho sentito una gran voglia di andare a trovare chi nei miei primi anni d'insegnamento m'aveva dato grande incoraggiamento, creandomi intorno un'atmosfera di consenso capace di riempire di slancio l'avvio della professione di educatore, che avrebbe nel tempo gratificato tutta la mia vita.
Perciò, ho chiesto ad una collega di quella città montana come potevo fare per soddisfare il desiderio d'incontrare e salutare la mia preside, ma lei mi disse, senza molto entusiasmo, che non sapeva che fine quella avesse fatto, ritornata nel suo paesino del napoletano, anzi mi aggiunse che le pareva fosse morta.
Non mi sono rassegnato e per più di vent'anni non ho fatto altro che cercarla e ogni volta chiedevo notizie a chi viveva nella stessa città in cui lei aveva operato. Ma tutti mi confermavano la stessa cosa, che la preside era effettivamente morta.
Io, però, non volevo crederci e non ci ho mai creduto. Ho perfino pensato di chiedere ospitalità in uno di quei programmi piagnucolosi, nei quali si cerca qualcuno scomparso. Nel frattempo tanti altri mi dicevano di lasciar perdere, tanto non ne valeva la pena, e nessuno, dico nessuno, mi lasciava una briciola di speranza. La preside era morta e nessuno si sapeva spiegare perché mi ostinassi tanto a cercarla. Certo mi sarei accorto col tempo che quello che aveva lasciato nel mio cuore e nella mia memoria non era stato di uguale corrispondenza nei cittadini di quella piccola città di montagna; soprattutto perché ho capito dopo che la passione per i ragazzi più svantaggiati e luridi, che spesso lei portava a casa per lavarli e rifocillarli, ed il suo atteggiamento spigliato ed aperto, tipico dei napoletani, erano stati probabilmente poco graditi in quel luogo così distante dal nuovo che andava preparandosi.
Così, non potendo cercare tra gli uomini, ho cercato tra le carte, anzi tra le Pagine Bianche del telefono, e lì ho trovato diecine di signore col nome e cognome della mia vecchia preside; ma, una vota contattate, nessuna di loro era lei e ogni risposta mi lasciava ancora più deluso. Perciò, ormai temendo anch'io che la preside fosse morta, ero disposto almeno a trovare un parente che me lo confermasse. Ma il risultato è risultato ugualmente vano, finché non ho scovato un giorno, tra altre carte dell'ufficio del Provveditorato la scuola in cui quella aveva prestato servizio fino a pochi anni prima.
Non so se la gioia fu più grande della rabbia, ma certo avevano raccontato frottole tutte le persone che avevo contattato, a cui mi ero avvicinato per sapere, che con tanta, sicuramente troppa leggerezza, la davano per morta. Una cosa adesso era certa. Che la persona che in tutti questi anni avevo in mente, ormai solo quale pensiero irraggiungibile, era viva, mentre tutte le persone che l'avevano conosciuta ed avuta nel loro paese la davano per morta. Di quale crudeltà è capace il mondo nessuno lo saprà mai e quanta capacità di ferire ci sia in ognuno di noi non è facilmente concepibile. Questo pensai, ripassandomi una per una le risposte così dissuasive e così certe date su chi pure aveva dedicato tanta cura ai ragazzi di quella città.
Ma ora che sapevo la preside viva, dovevo trovarla. Cercai la scuola. Non c'era più, seppellita sotto le nuove leggi di unificazioni degli istituti. Cercai la scuola capofila, dove dovevano essere stati inviati tutti i documenti. Mi ha risposto il preside, con tono imperioso e scortese, ed ha fatto riferimento alla privacy, nonostante gli avessi raccontato tutta la storia e le mie peripezie durate più di vent'anni. Ha preso tempo. Gli ho ritelefonato il giorno dopo. L'ho convinto a darmi il numero di telefono della preside cercata.
“Chissà se è ancora buono – mi ha detto – è un numero vecchio, sarà cambiato…” . Ed io vengo assalito dal dubbio se mai riuscirò a raggiungerla e parlarle. Ringrazio il preside dalla voce cavernosa, ma un po' addolcita dopo la sua brava azione. Mi rifugio nel mio studio e ho centellinato quel numero, tra mille palpiti. Se è cambiato, non so questa volta come farò a trovare quello giusto, pensai. Infine lo squillo e la risposta: “Sì, pronto?”. “Cerco la Preside”. “Sì…”. “C'è la preside?”. “Sì?” “E' lei la preside?” “Sì!”.
Potete immaginare cosa è seguito dopo; come si possa ancora scrivere, in questa civiltà di materialismo e falsità, una pagina di alto sentimento. “Che pagina, lo racconterò ai miei nipoti. E' da libro Cuore” , mi ha detto commossa la preside. Ed io non posso che essere completamente d'accordo con lei.
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