CITTÀ IN CAMPO
Le città si possono raggruppare in due grandi campi: campo chiuso e campo aperto.
Quelle di montagna e i piccoli centri, facendo le debite eccezioni, hanno il culto della propria tradizione, recano ogni giorno omaggio a ciò che si conserva intatto e rivolgono lo sguardo all’indietro, più che al proprio futuro. Il sentimento prevalente nelle popolazioni di queste città è la nostalgia.
All’estremo opposto vi sono le città di mare, solitamente soggette a tutti i venti, cosicché il loro vivere è frutto di un coacervo di inestricabili infiltrazioni. I sentimenti prevalenti di queste città sono, di volta in volta, la rassegnazione e lo spirito d’avventura.
Non sfugge a questa logica il cibo. Le città appartenenti al campo chiuso difendono come guerrieri impavidi i loro preparati tradizionali, fanno del pane un’ostia santificata e disdegnano ogni alimento che non abbia caratteristiche già note. Per questo atteggiamento si mantengono ancora cibi anacronistici, come la “mushiska”, una carne di capra disseccata che i pastori si portavano dietro per farla durare anche mesi, o dolciumi induriti dal miele così da resistere all’umidità.
I paesi a comunicazione aperta, a mo’ delle donne lascive, ricercano le novità e si abbracciano a tutti i sapori. Non hanno una propria tradizione alimentare e se ce l’hanno non vi danno peso o ne ignorano l’originalità. Pensate che pochi o nessuno sa, nella mia città, che orecchiette e cavolfiori con olio e alici sono un piatto della nostra tradizione, segnalato anche nei ricettari nazionali.
Una città che si chiude, che non concede ampi spazi agli anziani ed ai bambini, non consente il respiro agli alberi né allarga i propri orizzonti paesistici e culturali è una città vestale del proprio passato.
La mia città, invece, è assai contraddittoria: ha una grande storia e poche consapevolezze, uno smisurato mare azzurro e la devastazione alle porte. Forse per tali motivi io soffro ed amo questa singolare città.